Lorenzo Garmilli Una Fattura, Le Strisce E I Mandorli In Fiore

Arrivai alle nove di un sabato mattina di fine marzo. Avevo lasciato mio figlio a casa a fare i compiti e mi ero diretto a Cà di David, nella zona sud di Verona. Per arrivare nell’officina del mio amico Gabriele Garmilli si percorre un breve tratto di strada secondaria, tra i campi e le case. Parcheggiai nel cortile e mi avvicinai al portone in lamiera. Entrai nel laboratorio dove un ragazzo stava saldando un cancello. Mi venne incontro subito un uomo non tanto alto, minuto, leggermente piegato in avanti. Mi strinse la mano e mi chiese – Sei quello della storia?
– Certo – Sorrisi, pensando a quando mi aveva contattato Gabriele, qualche giorno prima. Mi aveva chiesto di fare un’intervista a suo padre.
– E’ la prima volta che mi propongono un “affare” del genere, amico mio – gli avevo detto al telefono.
– Sta tranquillo – mi aveva risposto – Tu ascolta mio papà e poi scrivi una storia.
Subito avevo pensato che poteva essere un bell’esercizio di scrittura, tutto qua. Poi io sono sempre stato un tipo curioso io e per questo avevo accettato.
– Ci mettiamo qui – disse lui e mi fece accomodare in un ufficio adiacente al laboratorio. La stanza non era grande, con delle pareti azzurre.
Da lì sentivo attutiti i colpi del martello e lo stridio del flessibile.
Lui si accomodò dietro una scrivania mentre io estraevo il mio quaderno.
– Da dove vuoi che partiamo? – chiese.
– Un po’ da dove vuole lei – dissi io – Tipo nome, cognome e classe.
– Mi chiamo Lorenzo Garmilli, sono del quarantadue. Non dell’ottocentoquarantadue, però – e rise – E dammi del tu.
Risi anch’io – Allora, da quant’è che fai il fabbro?
– Io faccio il fabbro, mah, sono generazioni di fabbri i Garmilli, lo sai? Mio padre e mio nonno prima di me. Guarda quella cosa laggiù – Mi girai e, alle mie spalle, vidi un foglio di carta appeso alla parete azzurra.
– Tutto parte da lì. E’ una cosa molto importante per capire – ripeté lui.
Mi alzai per guardare meglio – Ma è una fattura – dissi, accarezzando la cornice dorata.
– Sì, è il pezzo più vecchio qua dentro, è del 1913. E’ una vecchia fattura fatta dal mio bisnonno Augusto.
La osservai con attenzione, mi soffermai sulle lettere scritte a china. Mancavano le doppie e alcune lettere eppure era una scrittura chiara, elegante. Mi colpirono le curve delle enne e le elle erano graziose.
– Guarda come scrivevano bene una volta – dissi – ha fatto i lavori a una certa Locateli Stela.
– Sì – disse lui – tutti i lavori divisi per tipologia, guarda numero sette pezzi di ferro per la cancellata, numero tre porta seci, numero due pezzi per la tromba della caneva. Sai cos’è la caneva?
– No.
– Le scale, è la tromba delle scale
– Ma dai – dissi e mi voltai a guardare di nuovo il foglio di carta.
– Però, gli ha fatto lo sconto, Lorenzo. Hai visto?
– Eh sì – rise lui -E’ uno sconto del 1913.
Tornai alla scrivania – E voi siete sempre stati qua?
– No, prima avevamo l’officina in piazza a Cà di David, dove adesso c’è il parrucchiere. Eravamo proprio sulla strada principale, ma, sai, battevamo il ferro, verniciavamo, era un’attività rumorosa.
C’era troppa gente, un via vai continuo. Così ci siamo spostati.
In quel momento entrò una signora, era più alta di Lorenzo, con dei capelli bianchi tagliati corti Indossava un semplice abito nero con dei fiori disegnati.
– Questa è mia moglie Alberta – disse lui.
– Piacere signora – mi presentai.
– Vuoi fermarti? – le chiese Lorenzo – prendi la sedia.
– No, no grazie. Adesso vado, ho un po’ di sciatica – disse lei, sorridendo, e rimase fissa in piedi davanti alla scrivania.
– Lorenzo mi stava raccontando di quando vi siete trasferiti qui – le dissi.
– Ti ricordi, Alberta? – fece Lorenzo.
– Ah sì – fece lei – È stato quando ci siamo sposati
– Sì – continuò Lorenzo – era il settantasei. Qua non c’era nulla, solo un capanno degli attrezzi.
– Pensa – disse lei, facendo un gesto circolare con la mano – Qua c’erano solo strade bianche, non c’era l’acquedotto c’era il pozzo, non c’era il riscaldamento c’era quello a gasolio. C’era solo la luce. Non secoli fa, sai? Nel settantasei. Il telefono è arrivato un anno e mezzo dopo.
– Qua intorno ragazzo c’erano solo campi, sai? – disse Lorenzo
– Sì, ho qualche cliente in zona – dissi io – e c’era lavoro allora?
– Sì abbastanza – disse Lorenzo – roba per gli agricoltori. Erpici, aratri. All’inizio mio nonno e il bisnonno ferravano i cavalli, erano maniscalchi. Una volta i contadini venivano da loro, per le riparazioni. Poi hanno cominciato a modernizzarsi, a farsi i lavori da soli. Allora l’attività si è spostata, piano piano, sull’edilizia, facevamo per esempio le punte per gli scalpelli per fare le tracce. Ti ricordi Alberta?
– Uh – disse lei – era sempre a limare, a limare. Era un lavoro molto manuale.
– Eh sì – disse Lorenzo – Per rifare la punta nuova ci voleva la forgia, il ferro deve diventare rosso e caldo. E poi battere, battere, farlo piano piano, era un lavoro lungo. Adesso lo facciamo in tre giorni, se uno è capace, invece un lavoro di quelli ti prendeva quindici giorni. Ma adesso non si fa più, c’è il flessibile per le tracce.
– E l’officina c’è sempre stata? – chiesi io.
– Macché – sbuffò Lorenzo – nel ‘76, dove adesso c’è l’officina, non c’era niente. Qua c’era solo una baracca malmessa, dieci metri per sei. Prima ho sistemato questa parte dove adesso c’è l’ufficio. Una tettoia alla volta, un pezzo alla volta, piano piano.
– Se vai di là – disse Alberta indicando la porta che dava sul laboratorio – Basta guardare le strisce per terra, vedi ancora le tracce dei lavori sul pavimento.
– Ci siamo allargati un po’ alla volta. Siamo andati avanti cinque anni per cinque anni e poi negli anni ottanta abbiamo avuto la fortuna di prendere il lavoro da una società che faceva telefonia, te la ricordi Alberta come si chiamava?
– No, non ricordo il nome, ma non era la SIP – disse lei.
– No, era una succursale – continuò Lorenzo -comunque una grandissima azienda telefonica che faceva tutto, facevano gli scavi. Con loro ho fatto quattro o cinque anni, buoni. Anche sei, stop e pagavano. E’ stata una grande risorsa per noi. Cinque o sette anni di lavoro, l’azienda veniva da Padova.
– E Gabriele quando è arrivato? – chiesi.
– La Giada è nata nel ‘77 – rispose Alberta – Gabriele nel ’82.
– Lui ha cominciato a venire qua che aveva diciott’anni – disse Lorenzo – Io avevo bisogno che mi desse una mano
– E’ lui che ha deciso di venire qui –aggiunse Alberta – Mi ha chiesto un consiglio “Mamma che ne pensi se vado a lavorare con il papà” e io gli ho detto “vedi tu”. Sai, io vivevo a Mizzole e i miei genitori avevano un alimentari in paese. Ho lavorato con mia mamma, mio papà e mio fratello. Vedi, lavorare assieme, padre e figlio, per i primi anni è difficile.
– E com’è stata? – chiesi apposta.
– Non dico una tragedia greca ma ci andiamo vicini –rise lei -Specie i primi anni, litigavano sempre.
– Troppa disparità di anni – disse Lorenzo.
– Macché disparità di anni –continuò Alberta con un gesto della mano – avete due caratteracci, perché sai i Garmilli sono così – e batté il pugno sul tavolo due volte – infatti mia figlia dice “solo te mamma potevi stare insieme a un Garmilli”.
Ridemmo tutti e tre – Non avrei mai detto – dissi.
Di là il ragazzo aveva smesso di battere, era andato in pausa. Aprì la porta e chiese se qualcuno voleva il caffè. Rifiutammo e io chiesi a Lorenzo di continuare.
– Dopo, ho lavorato quindici anni per il Comune di Verona. Erano gli anni novanta, anni buoni, eravamo cinque o sei fabbri. Falegnami, elettricisti. In quegli anni ho fatto tutta la cancellata delle scuole San Micheli. Quando passi, va a vedere, è tutta lavorata a mano da me.
– Le San Micheli sono le scuole dopo la galleria? – chiesi.
– Esatto – disse lui – l’ho fatto io tutto quel lavoro.
Ma ho dovuto rinunciare anche a molte proposte importanti, troppo grosse, dei lavoroni. Dei supporti per le luci dello stadio. Non avevo i macchinari. Dalla fine degli anni 90 in poi abbiamo cominciato a lavorare sempre di più con i privati, l’edilizia e qualche lavoro artistico.
– Lavori creativi? – chiesi
– Si – rispose lui – di design, con Gabriele. Lui ha cominciato a lavorare in officina negli anni 2000. Ma a me piaceva da sempre l’arte del ferro battuto.
– Certo – disse Alberta – e ha vinto anche dei premi. Vieni a vedere.
Si spostarono in una stanza sul retro. Lo spazio non era molto ma le grandi vetrate facevano entrare una luce fresca. Nonostante vi fossero molti
quadri e mobili colorati, l’ambiente sembrava ampio e generoso.
– Che bel posto –dissi.
– Questo spazio è nato tre anni fa –spiegò Lorenzo – qui c’era un deposito, abbiamo deciso e abbiamo rifatto tutto.
Alberta ci aspettava vicino a una parete e quando la raggiungemmo mi accorsi che su degli scaffali vi erano alcune delle opere di Lorenzo. Erano sculture in ferro, dalle forme essenziali, semplici.
– Nella testa avevo sempre l’istinto di fare dell’arte – disse Lorenzo – Nel settantacinque ho vinto un premio ma, quando sei sposato, non puoi dedicarti a quelle cose lì. C’è la famiglia, ci sono i figli. Insomma ho fatto delle opere, queste cose qua, i tori – e prese una scultura che assomigliava a un bovino stilizzato.
– Ho delle opere esposte nelle gallerie di Verona – continuò – Adesso di lavori ne faccio ancora di più, ho più tempo.
– Ha fatto un presepio bellissimo, in ricordo della grande guerra – disse Alberta – Ha preso dei pezzi di ferro vecchio, trovati da lui in Val di Genova. L’ha lasciato alla Pia Opera, ma quasi c’è dispiaciuto. Era bellissimo.
– Vedi – mi disse Lorenzo, prendendo una scultura che assomigliava a un grosso pettine irregolare – la gente vuole meno roba figurativa, ma vuole vederci lei qualcosa. Questi sono dei profughi, per esempio. Sono dei semplici pezzi di ferro paralleli. I galleristi mi dicono, fai cose semplici, poco elaborate. Ho fatto un mascherone con un badile e due buchi, è stato venduto subito.Vedi, mi ha detto un gallerista, non devi fare le opere troppo figurative, le devi fare semplici, la gente si deve innamorare, deve poter immaginare.
– Da dove l’hai presa questa passione? Hai studiato? – Stavo guardando la scultura di un uomo dagli arti esageratamente sottili e lunghi e non mi ero accorto che Lorenzo si era avvicinato a me. Sollevai lo sguardo e lo vidi chino su di me, mi parve molto alto. La sensazione fu talmente forte che mi abbassai appena.
– Non c’è nessun libro – mi disse – Queste cose qua ce le hai dentro. Ti appassioni delle cose belle, vedi delle cose belle e t’innamori. Poi conosci gente che ha la tua stessa passione e ti fai conoscere dagli altri per qualcosa di diverso, di unico.
Stetti in silenzio, cercando di afferrare il senso di quelle parole.
– Sei a posto così? – mi chiese.
– Sì – risposi.
– Allora ti accompagno fuori dall’officina.
Capii allora che l’intervista era finita e che io non avevo nessuna voglia di andarmene.
Lasciai andare i miei pensieri e salutai la signora Alberta con la promessa di farle leggere l’intervista. Quando attraversai l’officina, notai che il cemento del pavimento non era un’unica gettata. Le diverse fasi formavano delle linee che correvano da un lato all’altro del laboratorio.
“Le famose strisce” pensai.
Il ragazzo stava ancora saldando e mi salutò sollevando la maschera. Tra gli attrezzi vidi dei scalpelli di ferro e non potei fare a meno di fermarmi e chiedere – Sono questi che servivano per le tracce?
Lorenzo si fermò e ne prese uno tra le mani – Sì, vedi, con la forgia si scaldava, e poi si batteva prima di qua poi di qua – disse, mimando il martello – Dopo si tempravano nell’olio. Adesso i ragazzi devono imparare altri lavori, com’è giusto.
– Com’è giusto – ripetei.
Quando uscimmo, ci lasciammo con una stretta di mano. In quel momento arrivò Gabriele. Uscì dalla macchina e mi chiamò. Sua moglie sollevò il loro bambino dal seggiolino e io mi avvicinai per accarezzargli le guance morbide. Poi, Gabriele mi prese da parte e mi chiese se avevo parlato con suo padre e com’era andata.
Gli risposi di sì e che era andato tutto bene.
Mentre parlavamo vidi Lorenzo prendere in braccio suo nipote. Lo tenne vicino a sé mentre sua madre scaricava la macchina. Quella scena non era niente di speciale, lo ammetto, ma mi persi ugualmente a guardarla. L’aria intorno a me era fresca e i mandorli avevano appena buttato fuori i loro fiori bianchi. Non pensai a niente o forse alla primavera che stava per arrivare.

 

Da un racconto di Francesco Lavagnoli

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